No, non è un nome d’arte…

La curiosità ci spinge a porre delle domande per approfondire ciò che attrae la nostra attenzione.
Di solito funziona così, anche se il momento storico che stiamo vivendo porterebbe portarci ad affermare l’esatto contrario.
Con il progetto Short Stories mi sono accorta che tra tutte le domande che mi sono state poste, due erano diventate una sorta di costante, un mantra ripetuto più volte nella pratica meditativa dei tarli del cervello.

"La trama delle storie" 2019 - dettaglio

La prima è: “ma come fai a farti venire tutte queste idee?”.
Postando una vignetta al giorno su Instagram per tutto il 2018, la curiosità era del tutto legittima. Ho apprezzato chi me l’ha posta perché volere rispondere equivaleva a fermarmi per un istante e riordinare i pensieri. Per lo più sono stati appassionati o professionisti di disparati settori creativi a pormela, quindi non potevo dare il via libera a un farfugliamento confuso, perché in quel momento stavo rispondendo anche a me stessa dall’altra parte dello specchio.

Trovare una risposta è stata un’ardua impresa ricca di inseguimenti rocamboleschi e di colpi di scena in cui niente è come sembra? No, ad essere sincera Miss Brain (sì, il mio cervello ha un nome, ma questa è un’altra storia) sapeva già cosa dire mentre io stavo ancora litigando con l’inchiostro di penne esplose, con la carta che si strappa esattamente dove non avrebbe dovuto, con il computer che si impalla e addio e grazie per tutto il pesce al salvataggio… insomma con più o meno tutte le possibili varianti degli imprevisti canonici che si possono incontrare in fase di creazione.

Tutto è parte delle storie che scrivo. Ciò che leggo, ascolto, guardo, osservo e disegno, sperimento e in generale vivo si sedimenta nella mia mente e si trasforma nel tempo. Questo groviglio di informazioni è l’elemento alla base delle mie storie. A seguire, la struttura è determinata dalla simulazione concettuale del “what if…” (cosa accadrebbe se…). La forma finale è data dall’unione di questi due elementi con l’esercizio costante. Perché diciamocelo: senza un allenamento strutturato e regolare è difficile raggiungere dei risultati.

La seconda domanda, e qui mi sento in dovere di precisare, la più gettonata dai miei connazionali è: “ma quello è un nome d’arte?”.
No, Tell è il mio vero cognome.
Posso capire che portare un cognome come il mio, suoni anomalo e, se a questo si aggiunge che racconto storie e che spesso le scrivo in inglese, il dubbio può sorgere.
Non so bene quale sia l’origine del mio cognome a parte il fatto che derivi dalla bassa friulana. Che poi, a guardare bene, anche Simona avrebbe un significato che calza a pennello con il percorso che ho intrapreso, infatti deriva da un nome ebraico ottenuto da un termine che letteralmente significa ascoltare. Quindi colei che ascolta e racconta?

Nomen omen…

Se avessi davvero voluto modificare il mio cognome per ammiccare al fatto che racconto delle storie probabilmente avrei dovuto optare per:
_Simona Tells (con l’aggiunta della s perché il verbo inglese va coniugato)
_Simona, Tell o Tell, Simona (con la virgola che dà l’impressione di un imperativo…terribile)
_Tell me (senza il nome passa la paura degli svarioni in inglese)
_un qualsiasi nome di fantasia
Sta di fatto che ormai mi sono affezionata al mio nome. Oltretutto credo che se usassi uno pseudonimo, probabilmente finirei per non capire se qualcuno si sta rivolgendo a me.

Chissà se queste domande verranno scalzate dalla classifica da nuovi promettenti quesiti in futuro? Vi terrò aggiornati.

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